L’unico disarmo volontario di una potenza nucleare
La fine del programma nucleare in Sudafrica, avvenuta nel 1989, rappresenta un evento unico nella storia contemporanea. Mentre il paese si avviava verso la fine dell’apartheid, il presidente F.W. de Klerk decise di smantellare l’arsenale atomico sudafricano. Diversamente da altri Stati, Pretoria scelse volontariamente di rinunciare alla bomba. Nel 1993, l’annuncio pubblico fu accompagnato da una verifica ufficiale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).
Un’ascesa silenziosa durante la Guerra Fredda
Il programma nucleare sudafricano nacque in un contesto strategico ben definito. Già nel 1948, venne istituito l’Atomic Energy Board (AEB). Successivamente, nel 1957, un accordo con gli Stati Uniti permise di acquisire il reattore di ricerca SAFARI-1, attivo a Pelindaba dal 18 marzo 1965.
Nel tempo, l’isolamento internazionale spinse il paese a operare nel massimo riserbo. Nel 1970 nacque la Uranium Enrichment Corporation (UCOR). Poi, nel 1982, la Nuclear Energy Act trasformò l’AEB nella Atomic Energy Corporation (AEC), incaricata di gestire l’arricchimento dell’uranio, la produzione di esafluoruro e lo sviluppo del combustibile nucleare.
La bomba esiste, ma non viene mai usata
Tra il 1982 e il 1989, il Sudafrica costruì sei ordigni nucleari funzionanti. Una settima bomba era in fase di assemblaggio. Anche se non ci furono test dichiarati, il famoso episodio del satellite Vela nel 1979 ha sollevato forti sospetti. Alcuni ipotizzano una cooperazione tecnica con Israele.
Le infrastrutture chiave comprendevano:
l’impianto di arricchimento a Valindaba,
i laboratori di ricerca a Pelindaba,
aree di stoccaggio ad alta sicurezza.
Tra il 1978 e il 1983, alcuni parlamentari iniziarono a denunciare la pericolosità del programma.
Il cambio di rotta nel 1989
L’elezione di F.W. de Klerk segnò un punto di svolta: il nuovo presidente comprese che l’arsenale nucleare ostacolava il dialogo con l’Occidente e rappresentava un rischio durante la transizione democratica. Ordinò quindi l’interruzione del programma. Nel luglio 1991, il paese firmò il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e, nel marzo 1993, dichiarò pubblicamente la distruzione delle armi. Le successive ispezioni dell’AIEA ne confermarono l’effettiva eliminazione. La fine del programma nucleare in Sudafrica.
Da potenza nucleare a polo tecnologico
Nel 1999, l’AEC fu trasformata in South African Nuclear Energy Corporation (Necsa), società pubblica statale. Necsa iniziò a concentrarsi sugli usi pacifici dell’energia nucleare. Oggi si occupa di ricerca, trattamento dei materiali radioattivi e smaltimento delle scorie, anche nel sito di Vaalputs.
Il reattore SAFARI-1, inizialmente dedicato alla ricerca, è diventato il cuore produttivo di isotopi medici come il molibdeno-99, esportato a livello globale grazie alla controllata NTP Radioisotopes, fondata nel 2003. Nel 2016, NTP ha generato oltre 75 milioni di euro di fatturato. Dal 2007, la filiale Pelchem produce composti fluorurati per usi industriali.
Un modello africano per il disarmo
Grazie a questa scelta coraggiosa, il Sudafrica è oggi riconosciuto come esempio di disarmo volontario. Nel 1996, firmò il Trattato di Pelindaba, che vieta le armi nucleari in tutto il continente africano. Questo accordo rafforza la stabilità regionale.
Il paese continua a innovare. Dal 2009, SAFARI-1 funziona solo con uranio a basso arricchimento. E nel 2021, il governo ha approvato la costruzione di un reattore multifunzionale (MPR) che ne assicurerà il futuro.



