Dall’escalation del conflitto Iran-Israele, i paesi africani adottano una posizione delicata: non schierarsi apertamente, ma restare presenti sulla scena internazionale. Questa postura richiama l’eredità del movimento dei non allineati, nato dal desiderio storico di sovranità politica contro le grandi potenze. Ma in un mondo sempre più polarizzato, questa neutralità è ancora sostenibile?
L’Africa e i non allineati: tra storia coloniale e autonomia diplomatica
Negli anni ’50 e ’60, i paesi africani appena indipendenti rifiutarono la logica bipolare della Guerra Fredda. Durante la Conferenza di Bandung (1955) e con la creazione del Movimento dei Non Allineati (1961), leader come Nkrumah, Nasser e Nehru portarono avanti un progetto chiaro: non diventare strumenti passivi nei conflitti altrui.
Questa dottrina sosteneva un’idea forte: la neutralità attiva. Un approccio che permetteva di dialogare con entrambi i blocchi mantenendo una politica estera autonoma. L’Africa, ampiamente rappresentata, scelse questa via per non riprodurre la sottomissione politica subita durante il colonialismo.
Russia-Ucraina: la neutralità messa alla prova nel XXI secolo
La guerra Russia-Ucraina ha mostrato la tenuta di questa postura africana. Diversi paesi (Sudafrica, Mali, Uganda, Eritrea) si sono astenuti o si sono rifiutati di condannare la Russia alle Nazioni Unite. Una scelta criticata in Occidente, ma radicata in una logica pragmatica:
- Dipendenza energetica e alimentare dalla Russia
- Collaborazioni militari (soprattutto nel Sahel)
- Diffidenza storica verso le potenze occidentali
Più che opportunismo, questa scelta riflette la volontà di mantenere margini di negoziazione con tutti gli attori senza essere vincolati a un’unica alleanza.
Guerra Iran-Israele: una neutralità sotto pressione
Con la guerra Iran-Israele, le ripercussioni sono più dirette e complesse:
- Aumento dei prezzi dell’energia e del trasporto marittimo (insicurezza nel Mar Rosso)
- Vulnerabilità informatica dovuta alle tensioni regionali
- Polarizzazione religiosa in diversi paesi africani
I governi africani si trovano a gestire interessi contrapposti:
- Egitto: mediatore a Gaza ma alleato militare di USA e Israele
- Africa orientale: in prima linea sulle rotte commerciali
- Africa occidentale: tra cooperazione israeliana e influenza sciita
Africa bianca vs Africa subsahariana: stesse cautele, posture diverse
- I paesi dell’Africa del Nord (Marocco, Algeria, Egitto) mantengono un profilo diplomatico discreto, pur essendo più direttamente coinvolti nelle dinamiche mediorientali.
- Gli Stati dell’Africa subsahariana lanciano appelli alla pace, evitando però ogni impegno militare o presa di posizione esplicita.
Tutti riaffermano l’importanza del multilateralismo (Unione Africana, G77, BRICS) come strumento di influenza senza dipendenza.
Una neutralità diplomatica in evoluzione
Di fronte alla guerra Iran-Israele, la postura non allineata africana — “fuori dal gioco ma visibile” — rimane valida. Tuttavia, in un contesto globale che richiede schieramenti chiari, questa neutralità deve trasformarsi in una diplomazia proattiva:
- Capacità di mediazione tra blocchi
- Definizione di priorità continentali
- Difesa della sovranità senza isolamento
L’Africa non può più restare in silenzio. Deve parlare senza subire.



